13 novembre – 13 dicembre 2019

Forme fragili

Mostra di Edo Piantadosi

Le forme del ghiaccio sono innumerevoli: a lastre, con bolle singole o multiple, a trama ordinata o caotica. Il tipo di struttura assunta dal ghiaccio dipende dalla temperatura, dai flussi delle correnti che scorrono sotto lo strato ghiacciato, dalla presenza di bolle d’aria durante la trasformazione dell’acqua in ghiaccio e da molte altre condizioni del tutto variabili.

Le forme del ghiaccio sono pertanto la perfetta rappresentazione delle forze che hanno agito nel preciso istante del definitivo passaggio dell’acqua dallo stato liquido a quello solido e anche l’immagine di questa tras-formazione.

Edo PIANTADOSI

Edo Piantadosi è nato a Tarvisio (UD) e si è laureato in architettura a Venezia. Durante gli studi ha frequentato il corso di fotografia di Italo Zannier ed ha sviluppato l’interesse per la fotografia naturalistica astratta. Ha poi continuato a coltivare la passione per la fotografia anche quando ha cominciato a svolgere la professione di architetto. È riuscito a coniugare i suoi due interessi pubblicando diversi libri illustrati di architettura rurale e paesaggio e collaborando con riviste di settore. Ha esposto alla Galleria Artemisia di Udine ed ha illustrato libri e preparato materiale fotografico per allestimenti e percorsi tematici.

A commento delle immagini esposte alla mostra di Udine, già nel 1995, Edo Piantadosi scriveva: «Le pietre, la neve, il ghiaccio hanno forme che il più delle volte non riusciamo a vedere perché abbagliati dal pregiudizio verso la semplicità degli elementi minimi. Quando, con uno sforzo al contempo di realismo e astrazione, riusciamo a vedere le forme della natura guardando da un nuovo punto di osservazione, è come cominciare l’esplorazione di un altro mondo». Negli anni successivi la sua ricerca si è focalizzata sugli elementi naturali e in particolare su quelli che assumono forme dalle quali si intuisce la genesi e se ne comprendono i processi di formazione e trasformazione. I soggetti sui quali l’autore sviluppa il proprio lavoro sono pertanto quelli che possiedono forme definite, compiute e autonome.

Nelle immagini dell’autore si coglie la grande attenzione rivolta all’inquadratura, utilizzata come strumento per circoscrivere il soggetto ed isolarlo dallo sfondo, così da spostare il centro dell’interesse dell’osservatore dall’oggetto, il contesto, il paesaggio nel suo insieme, al soggetto, la singola forma. Altrettanta cura Edo Piantadosi rivolge alla composizione dell’immagine, in cui sono inclusi pochi elementi caratterizzati da forme semplici; la gamma cromatica è limitata e sono evidenziate ed enfatizzate linee, forme e colori essenziali. Escludendo dall’inquadratura ogni elemento che aiuta a valutare le dimensioni del soggetto, l’autore porta a compimento il proprio processo di elaborazione creativa rendendo del tutto astratto il contesto e di conseguenza anche il soggetto delle proprie opere. Le forme, attraverso queste successive fasi di “semplificazione per sottrazione” (di elementi formali, di colori, di riferimenti dimensionali), vengono ridotte alla loro essenza, nella ricerca del raggiungimento di quello che Paul Klee definiva “l’embrione originario”. Le immagini risultanti producono l’effetto di spiazzare l’osservatore generando in lui una sensazione di disorientamento: infatti, benché ancora del tutto in grado di riconoscere l’origine naturale dei soggetti fotografati, nell’interpretazione dell’autore essi risultano ormai del tutto simili a forme astratte. Sorpreso e costretto a guardare le immagini da un diverso punto di vista, l’osservatore alla fine ne scopre soggetto e significato che dunque in tal modo gli sono finalmente rivelati. Le immagini di Piantadosi, grazie alla loro essenzialità e alla molteplicità di significati e di suggestioni che evocano, acquistano una forza espressiva in grado di mostrare l’armonia e l’infinita bellezza che la natura esprime anche nelle sue espressioni più elementari.